Per ordini superiori a 30€, le spese di spedizione sono gratuite.

Massimiliano Salce: il trauma e il senso della vita nel suo nuovo libro

Quando il trauma frantuma il domani: la visione di Massimiliano Salce sulla progettualità dell’uomo

Ci sono istanti in cui l’esistenza si incrina con un suono secco, quasi impercettibile, eppure irreversibile. Non è soltanto lo stress che si accumula, né la definizione clinica che i manuali classificano con meticolosa freddezza. È qualcosa di più. È il momento in cui un lutto improvviso, un impatto metallico sull’asfalto, una scossa tellurica che sventra le case, dissolvono l’orizzonte e lasciano una sola domanda, ossessiva, martellante: che senso ha ora?

Nel saggio Il dolore di vivere – L’esistenza umana di fronte al trauma, Massimiliano Salce non addomestica il dolore. Lo guarda in volto. E lo fa da una posizione rara: quella di chi ha attraversato la sofferenza non come spettatore accademico, ma come testimone diretto, immerso nel fragore delle emergenze e nel silenzio delle stanze dove si comunica una morte.

Tra la divisa e la filosofia

Ridurre Salce a una qualifica sarebbe un torto alla complessità del suo itinerario formativo. È stato dirigente di Polizia per lunghi anni, impegnato nel sostegno alle famiglie dei colleghi caduti in servizio. Non parole astratte, ma mani che stringono altre mani nel momento in cui il mondo crolla.

Parallelamente, ha intrapreso un cammino filosofico e psicologico che lo ha condotto a diventare Counselor Filosofico in formazione SSCF & ISFIPP e socio della SIPEMSocietà Italiana di Psicologia dell’Emergenza, realtà che opera nell’ambito della protezione civile offrendo contenimento psichico a chi è stato travolto da catastrofi e calamità. È inoltre componente di Cerchio Blu, associazione dedita alla gestione delle situazioni critiche e alla tutela emotiva degli operatori del soccorso e per le forze di polizia.

Tre lauree — Giurisprudenza, Scienze della Sicurezza, Scienze Psicologiche Applicate — sono l’ossatura teorica di una riflessione che affonda nelle stratificazioni dell’umano.

Questa duplicità — rigore operativo e inquietudine filosofica — attraversa ogni pagina del libro come una corrente carsica. Quando un soccorritore si trova davanti a un corpo esanime, non subisce soltanto un urto psichico. Subisce uno smottamento ontologico. È la propria idea di mondo che vacilla.

Il trauma come espropriazione del futuro

Il nucleo più penetrante del pensiero di Salce ruota attorno a un termine poco frequentato nel dibattito pubblico: la progettualità.

L’uomo — a differenza di ogni altra creatura vivente — non si limita a sopravvivere. Anticipa. Immagina. Costruisce architetture invisibili chiamate “domani”. Vive proteso.

Il trauma, in questa prospettiva, non è soltanto una ferita nella memoria. È un atto di espropriazione. Confisca il futuro.

Chi è colpito da uno shock profondo sperimenta una condizione che potremmo definire orfanezza temporale: lo spazio si restringe, il tempo si coagula, l’avvenire si ritira come una marea notturna. Rimane un presente immobile, quasi viscoso.

Salce distingue tra impulso animale e tensione umana. L’animale difende la vita. L’uomo ricerca senso”. Quando il trauma irrompe, ciò che viene infranto non è soltanto l’equilibrio emotivo, ma la trama di significati che sorregge l’esistere.

Il libro attraversa territori complessi: la differenza tra Essere ed Esistenza, il ruolo dei neuroni specchio, la dimensione relazionale della sofferenza.

Dr. Salce riconosce il valore imprescindibile delle terapie mediche e psichiatriche. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma suggerisce che esiste un livello ulteriore, più sottile, meno protocollare: l’empatia come postura radicale.

Non una compassione distratta. Non un gesto di circostanza.
Piuttosto, una presenza capace di sostare accanto all’abisso senza voltare lo sguardo.

Per rialzarsi, l’essere umano necessita di figure che incarnino la perseveranza. Salce evoca Ulisse, archetipo del naufrago che continua a navigare nonostante le rovine, e richiama la lezione di Epicuro, con la sua atarassia: non temere la fine, non amplificare il dolore con fantasmi mentali, cercare il bene autentico.

Non esiste una formula conclusiva alla domanda che esplode dopo la tragedia. “Perché?” rimane spesso sospeso, come una ferita che non cicatrizza del tutto.

Salce propone come risposta un movimento. “La risposta — scrive — è in continuo divenire. Non è un oggetto da afferrare, ma un processo da abitare.”

Siamo corpo, sì. Siamo tempo e spazio. Ma siamo soprattutto progetti in cammino.
Quando il dolore irrompe, tenta di pietrificare questa tensione. Eppure, proprio nel confronto con la sofferenza può germinare una nuova configurazione dell’esistenza — meno ingenua, forse più scarna, ma non per questo priva di luce.

Il trauma può sottrarre il futuro.
L’uomo conserva una facoltà irriducibile: quella di riaprirlo, anche quando tutto sembra sigillato.

E in questa fragile ostinazione, profondamente umana, si annida la lezione più intensa di Massimiliano Salce.

Guarda qui l’intervista :

 

Fonte: By ISFIPP